I DAUNI
I DAUNI
I Dauni non hanno lasciato racconti.
Non hanno tramandato leggi, cronache o miti fondativi.
Hanno lasciato pietre.
E sono proprio quelle pietre a raccontare ciò che la storia scritta ha ignorato.
I Dauni abitavano l’area dell’attuale Puglia settentrionale, tra il Tavoliere, le colline interne e il promontorio del Gargano.
Una terra aperta, attraversabile, esposta ai contatti.
Non una regione isolata.
Una zona di passaggio, dove arrivavano influenze diverse e da cui passavano rotte antiche.
Qui i Dauni costruirono una cultura riconoscibile, ma non rumorosa.
Ciò che distingue i Dauni dagli altri popoli italici è ciò che hanno scelto di lasciare:
stele di pietra, spesso antropomorfe, incise con simboli, armi, ornamenti, scene essenziali.
Non sono decorazioni.
Non sono monumenti celebrativi.
Sono segni di identità.
In assenza di testi, le stele diventano racconto, memoria, presenza.
Le incisioni daune non spiegano.
Non narrano eventi precisi.
Non indicano nomi o date.
Mostrano ciò che contava:
il corpo
l’armamento
il ruolo sociale
l’appartenenza
È un linguaggio visivo che non chiede di essere interpretato, ma riconosciuto.
I Dauni non vivevano in isolamento.
Entrarono in contatto con il mondo greco, con altre popolazioni adriatiche, e infine con Roma.
Ma, ancora una volta, non impongono una narrazione.
Vengono raccontati dagli altri, mai da sé.
Quando Roma arriva, il territorio viene integrato.
Le comunità continuano.
Il nome del popolo inizia a perdere peso.
I Dauni non hanno un momento di fine netto.
Non c’è una grande sconfitta.
Non c’è una deportazione.
C’è una dissoluzione graduale, accompagnata dalla perdita di una voce riconoscibile.
Quando le stele smettono di essere erette,
la memoria si interrompe.
Perché la storia privilegia ciò che parla con parole.
E i Dauni hanno parlato con forme.
Senza testi, senza cronache, senza un mito spendibile,
la loro identità è rimasta confinata all’archeologia.
E l’archeologia, da sola, raramente entra nel racconto collettivo.
Restano le stele.
Restano i simboli.
Resta una presenza muta, ma insistente.
Un popolo che non ha chiesto di essere spiegato,
solo di essere visto.
I Dauni ci ricordano che la memoria non passa solo dalla scrittura.
Che esistono culture che scelgono il segno invece del racconto.
E che, quando quei segni non vengono più letti,
un popolo può scomparire senza fare rumore.
Ma non senza lasciare traccia.
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