I SABINI
I SABINI
I Sabini non sono scomparsi.
Sono diventati Roma.
E proprio per questo, come popolo autonomo, non li riconosciamo più.
I Sabini vivevano nell’Italia centrale, in un’area fatta di colline, valli interne e percorsi naturali che collegavano l’entroterra alla futura Roma.
Non erano lontani, né estranei.
Erano troppo vicini per restare separati.
La loro presenza accompagna Roma fin dalle sue origini, intrecciata alla fase più arcaica della città.
A differenza di molti altri popoli italici, i Sabini non vengono raccontati solo come avversari.
Entrano presto nel racconto romano come:
alleati
interlocutori
antenati
La tradizione li lega ai primi re, alle istituzioni, ai culti più antichi.
Roma non li distrugge.
Li incorpora.
Con il passare del tempo, distinguere tra ciò che è “sabino” e ciò che è “romano” diventa sempre più difficile.
Lingua, religione, usi, strutture sociali si mescolano.
Non c’è un momento preciso in cui i Sabini smettono di esistere.
C’è un processo in cui smettono di essere riconoscibili come altro.
Quando un popolo diventa fondamento,
non viene più ricordato come tale.
I Sabini non finiscono ai margini della storia.
Finiscono al centro.
E il centro assorbe tutto.
Le narrazioni romane conservano nomi, episodi, figure simboliche, ma non un popolo distinto.
Ciò che resta è un’origine nobilitante, non una comunità viva.
Perché ricordare i Sabini significherebbe ammettere che Roma non nasce da sola.
Che è il risultato di una fusione, non di un atto fondativo puro.
La storia ama le origini nette.
Non le identità condivise.
Restano tradizioni religiose attribuite ai Sabini.
Restano riferimenti nei racconti arcaici.
Resta un nome che indica un passato integrato, non separato.
Il popolo scompare per eccesso di successo.
I Sabini ci ricordano che la scomparsa non è sempre una sconfitta.
A volte è una vittoria che cancella il vincitore.
Quando un’identità diventa la base di qualcosa di più grande,
smessa di essere nominata.
E ciò che non viene nominato, col tempo, si perde.
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